Se la blockchain è una sineddoche

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Se la blockchain è una sineddoche
Spesso la si associa alle sole criptovalute, ma più correttamente la si può raccontare come una potenziale opportunità più ampia che la tecnologia oggi offre per la gestione di informazioni che spaziano dalle filiere alimentari a quelle tessili, dalla cybersicurezza alla sostenibilità, dalle opere d’arte agli immobili fino alla salute delle persone. La blockchain, letteralmente “catena a blocchi”, è un sofisticato strumento per organizzare e preservare i dati in modo distribuito, e per questo certificabile, sicuro e sostanzialmente inviolabile.
Negli ultimi anni molto di ciò che riguarda la blockchain sta aumentando, in un trend che è letteralmente esponenziale: i campi di applicazione, il giro d’affari, le iniziative e i progetti che ne fanno uso, così come le occasioni per parlare e discutere del futuro di una tecnologia destinata a essere davvero disruptive – persino più di quanto lo sia stata finora.

Retorica tecnologica
Tutto questo solleva però un punto, di natura culturale: dove si colloca il limite tra ciò che è mera tecnicalità, ossia questioni fondamentali ma utili di fatto solo a chi deve operativamente occuparsene, e ciò che invece è importante raccontare, fare conoscere e divulgare al grande pubblico? Va detto, infatti, che la blockchain è un argomento difficile. Molto difficile. Capire i fondamenti teorici su cui si basa richiede una buona esperienza in ambito informatico. Padroneggiare le questioni tecniche, hardware, di rete e di realizzazione pratica di una catena a blocchi è qualcosa che solo pochi iper-specialisti sanno fare. Valutare le implicazioni operative e normative delle azioni svolte tramite blockchain è così complesso che spesso persino i cultori della materia non si trovano del tutto d’accordo su quale sia l’inquadramento più opportuno.
Forse allora converrebbe sgomberare il campo da equivoci ed essere chiari: la blockchain è solo un aspetto particolare di una questione molto più ampia. Quando, giustamente incuriositi, ci chiediamo come funzioni una catena a blocchi o ci sforziamo di approfondirne gli aspetti più fini, è un po’ come volere in ambito biotecnologico capire i dettagli della tecnica Crispr usata per fare taglia-e-incolla del DNA, o in ambito aerospaziale approfondire quali sostanze debbano essere mescolate assieme per ottenere il migliore carburante che dia la propulsione ai razzi.
La cosa più utile da raccontare, e che potrebbe sfuggire a chi si avvicina al mondo della gestione dati tramite catena a blocchi, è che la blockchain è in realtà un frammento del molto più ampio filone della digitalizzazione. E che combinata con altre soluzioni, una su tutte l’intelligenza artificiale con i suoi algoritmi e le sue potenzialità, impatta sui modelli di business, ne crea di nuovi, cambia il modo di gestire attività, filiere, servizi, compravendite, contratti, logistiche e persino flussi di denaro. Anche se i puristi della linguistica potrebbero impallidire di fronte a una simile affermazione, si potrebbe quasi dire che “blockchain” viene usato come figura retorica: una sineddoche, la parte per il tutto.

Versatilità senza confini
La blockchain a livello di architettura informatica è una catena, ma di fatto è solo un anello di una catena più ampia, che mette insieme software, sistemi di analisi dati, dispositivi ad alto contenuto tecnologico, reti di comunicazione, potenza di calcolo crescente, machine learning, apprendimento automatico, sistemi di crittografia e molto altro. Tutto questo sta cambiando dalle fondamenta l’approccio tecnologico, i modelli di business nel loro complesso ma anche la governance delle aziende, la visione strategica e le questioni di sostenibilità sociale, ambientale, economica ed etica, trasformando la strategia stessa dell’innovazione e il modo di gestirla.
Poi si può scendere nei dettagli. Molte aziende adotteranno la blockchain e l’intelligenza artificiale nei propri processi di business – e se non l’hanno fatto finora significa che sono già in ritardo. Nuove imprese nasceranno proprio per la gestione di servizi così indispensabili e trasversali. Realtà che si sono lanciate precocemente in questo filone hanno di fronte a sé un cammino più ricco che mai di opportunità.
Che si parli del settore dell’autoveicolo o di quello del retail, che si tratti di salute, manifattura, energia, finanza, sport, moda, intrattenimento, telecomunicazioni o città intelligenti, chi non è interessato ad applicazioni che migliorano l’efficienza energetica, che vanno nella direzione della sostenibilità, che riducono i rischi di contraffazioni, che ottimizzano i processi, che migliorano la logistica, che blindano i dati raccolti tenendoli al sicuro e che aumentano la fiducia di clienti e partner? Se a questa domanda la risposta è scontata, lo è molto meno nel caso in cui la questione verta su quali siano i modelli economici verso cui la blockchain e l’intelligenza artificiale ci porteranno.

Lo tsunami blockchain
In senso più ampio, la discontinuità tecnologica portata da innovazioni digitali che includono (ma non si esauriscono con) la blockchain è tale da potere cambiare l’equilibrio stesso di interi ecosistemi, dalla cosiddetta gig economy con la massima frammentazione dell’offerta fino alla prospettiva opposta di pochi grandissimi attori che dominano il mercato. Ciò che è invece è certo è che tecnologie di questo genere saranno decisive e determinanti per il futuro economico globale, visti i giganteschi passi compiuti da quando, appena 14 anni fa, un tale (e tutt’ora non identificato) sotto lo pseudonimo di Satoshi Nakamoto introdusse la prima blockchain della storia umana. Relegarla a una moda passeggera, confondere la blockchain con le sole criptovalute o rifiutarsi di tenere gli occhi aperti e le antenne dritte su questo mondo in fase di definizione e strutturazione sarebbe un’enorme svista. Per questo ne sentiremo parlare sempre più, soprattutto in ottica business.

 

Gianluca DottiEditoriale a cura di Gianluca Dotti, giornalista scientifico freelance. Collaboratore di Wired, Radio24, Forbes, Business Insider, Youris.

 

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Fonte: Credit Suisse

 

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