L’Homo ambiens è già tra noi

Sono probabilmente le tredici lettere più utilizzate – e talvolta persino abusate – nella comunicazione di questo secolo. Sostenibilità è una parola potente, poliedrica, evocativa, carica di significati e soprattutto irrinunciabile per la nostra società e il nostro pianeta. Chi ha frequentato la scuola dagli anni Ottanta in poi ha probabilmente incontrato per la prima volta la sostenibilità tra i banchi. E infatti il mondo intero ha iniziato a occuparsene seriamente almeno dal 1983, quando la "Commissione Mondiale su Sviluppo e Ambiente" istituita dall’ONU ha elaborato il cosiddetto rapporto Brundtland, che ha ci ha lasciato in eredità la definizione di sviluppo sostenibile ancora oggi in uso.
Nonostante ormai quarant’anni di storia, però, il tema dello sviluppo sostenibile non può dirsi certo risolto. Il clima sulla Terra appare sempre più impazzito, tra eventi meteorologici estremi, temperature in aumento, tropicalizzazione delle nostre zone e desertificazione che avanza. Le quantità assolute di gas climalteranti immesse in atmosfera continuano a crescere. La transizione energetica dai combustibili fossili alle fonti rinnovabili procede a rilento. Il problema dell’inquinamento da plastiche e microplastiche si aggrava di anno in anno. E l’unico ambito su cui gli scienziati acconsentono a tirare un sospiro di sollievo è il buco dell’ozono, che lentamente sembra ridursi.

Una questione di coscienza collettiva
Non c’è dubbio che a dare la più forte spinta verso una reale tutela dell’unica casa possibile dell’umanità – la Terra – possano e debbano essere anzitutto le persone. Attraverso le scelte d’acquisto, le abitudini quotidiane, la preferenza per l’una o l’altra azienda e l’uno o l’altro investimento, è il popolo (nel senso più nobile a profondo del termine) ad avere il potere di indurre un cambiamento reale. La generazione Y dei Millennial, ancora di più la generazione Z e a maggiore ragione la Alpha che oggi siede ancora sui banchi di scuola sono e saranno collettivamente attente ai temi della sostenibilità, molto più delle generazioni precedenti e soprattutto si stanno già dimostrando disposte anche a fare rinunce – o a spendere di più – pur di non avere ingiustificati impatti sull’ambiente.

La sostenibilità sul dizionario e il dizionario della sostenibilità
A primo impatto, alla parola sostenibilità si associano temi come il risparmio energetico, il riciclo e il riuso, la tutela delle materie prime, il contenimento delle emissioni, il rinverdimento e il rimboscamento, la tutela della biodiversità, il chilometro zero e così via. Ma questa è solo quella che potremmo chiamare la sostenibilità 1.0, indispensabile ma non più sufficiente. Ciò che le persone si aspettano dalle aziende e dalle istituzioni, oltre all’occhio attento a tutti i temi già elencati, è una declinazione della sostenibilità in tutti gli altri modi possibili, a cominciare da quello sociale. Essere sostenibili, in altri termini, non significa solo lavorare a prodotti e servizi che siano tali, ma modificare fino al midollo le aziende e le organizzazioni di ogni genere, mettendo al centro questioni come la tutela delle diversità, l’etica del profitto, l’equilibrio tra il lavoro e gli altri aspetti della quotidianità, l’offrire a collaboratori e dipendenti opportunità per il benessere, la crescita personale e quella professionale. E tutto ciò andando ben oltre le prescrizioni obbligatorie previste dalla legge. Si usa dire che le Società Benefit e B-Corp coniugano la tradizionale finalità di lucro con l’obiettivo del bene comune, ma in realtà è molto di più: nel prossimo futuro, se non già oggi, un’azienda può diventare davvero leader non solo attraverso il proprio business, ma soprattutto diventando una guida per la società, un punto di riferimento per la cultura della sostenibilità e dunque un anticipatore della classe politica. Insomma, una realtà in grado di plasmare la società per intero, cambiandola in meglio.
Non è un caso che nelle tante iniziative che esistono per comunicare la sostenibilità, lettera per lettera seguendo l’alfabeto, facciano sempre più spesso la loro comparsa termini come “qualità della vita” per la Q, “bond verdi” per la B, “persone” per la P, “economia circolare” per la E, e così via.

Pensare sostenibile
A chi non è capitato, magari durante un lungo soggiorno all’estero, di iniziare a pensare in una lingua diversa dall’italiano? In un certo senso, è quello che sta succedendo anche riguardo all’ambiente: mano a mano che l’attenzione alla cura del nostro pianeta e all’equilibrio della società si radica come priorità collettiva e globale, le persone sempre più inizieranno a pensare nella lingua della sostenibilità, ossia anche inconsciamente a prendere ogni singola decisione in linea con i principi fondamentali dell’ecologia. Non è il racconto fantascientifico di una realtà lontana dalla nostra, bensì ciò che sta già succedendo: lo evidenziano ricerche di mercato, abitudini di acquisto, dinamiche delle scelte lavorative compiute soprattutto dai più giovani, nuove abitudini alimentari e così via. Insomma l’Homo ambiens, quello che ha la tutela dell’ambiente come cifra caratteristica del proprio DNA e non a caso porta in sé la stessa radice etimologica del verbo ambire, è pronto a diventare la specie dominante del pianeta. Una rivoluzione epocale.

 

 

Gianluca DottiEditoriale a cura di Gianluca Dotti, giornalista scientifico freelance. Collaboratore di Wired, Radio24, Forbes, Business Insider, Youris.

 

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Fonte: Credit Suisse

 

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