In viaggio verso una strada migliore

Quando si parla di innovazione nel mondo della mobilità, e in particolare del trasporto su gomma, nell’immaginario collettivo ancora troppo spesso la tecnologia che fa da emblema della digitalizzazione e del mondo che verrà è la guida autonoma. Tutti ricordiamo, uno o due decenni fa, le previsioni comunissime secondo cui negli anni Venti avremmo visto le nostre strade popolate da automobili, taxi e altri veicoli capaci di guidarsi da soli, in cui le persone potessero fare da semplici passeggeri, affidandosi al self-driving.

Quelle previsioni si sono rivelate clamorosamente sbagliate, per almeno due ragioni. Anzitutto, l’esagerato ottimismo sulle tempistiche, tanto che ormai da diversi anni è parso chiaro che non si stesse affatto mantenendo quel ritmo di avanzamento necessario a raggiungere il traguardo così rapidamente. E poi, ma ancora più importante, è sempre più diffuso lo scetticismo verso l’idea che un veicolo a guida autonoma possa davvero sostituire l’essere umano al volante in modo totale. Vorrebbe dire essere capaci di affrontare situazioni che spaziano dal traffico impazzito e con regole proprie peculiare di alcune città fino alla gestione di quelle infinite piccole stramberie che – come ogni automobilista sa bene – sono da superare anche con un po’ di creatività. Il tutto, ovviamente, trasmettendo allo stesso tempo ai passeggeri una sensazione di piacevole sicurezza e polso della situazione.
Se dunque la guida autonoma per le attuali prospettive sembra assumere più le sembianze di un supporto all’autista umano, o una funzionalità da attivare in specifiche condizioni controllate come un’autostrada, questo non significa che la trasformazione high-tech non stia continuando a cambiare volto al nostro modo di spostarci e di viaggiare.

Anzi, l’innovazione ha preso strade diverse ma forse ancora più entusiasmanti, sia per le potenzialità che si generano sia per le ricadute pratiche sulla quotidianità e sull’intero pianeta Terra. I nostri veicoli sono diventati anzitutto hub di comunicazione, non solo perché consentono ai passeggeri uno straordinario livello di entertainment, ma soprattutto perché possono (o potranno presto) comunicare con gli altri veicoli, con dispositivi presenti lungo il tragitto o, più in generale, con l’infrastruttura stradale. Possiamo chiamarlo 5G, Internet delle cose, Vehicle-to-vehicle o Vehicle-to-infrastructure, ma la sostanza non cambia. Questo significa poter generare una quantità sconfinata di dati, che una volta gestita in modo sapiente e con l’aiuto di algoritmi di intelligenza artificiale abilita servizi utili a farci perdere meno tempo nel traffico, a viaggiare più sicuri e a rendere i nostri spostamenti – prendendo in prestito un termine dal gergo della user experience dei device tecnologici – seamless. Insomma, se non possiamo togliere l’attrito dell’aria dai nostri parabrezza, possiamo togliere quello meno tangibile fisicamente, ma più importante in termini di qualità di viaggio, determinato da code, semafori rossi, ingorghi, stop ai caselli, ricerca dei parcheggi, zone a traffico limitato eccetera.
Non finisce qui. La mobilità del futuro non può più prescindere da un altro ramo dell’innovazione che impatta meno sul nostro quotidiano viaggiare, ma molto di più sul nostro pianeta, che non riguarda il climatizzatore degli abitacoli ma il clima della grande astronave Terra da cui non possiamo certo scendere. La transizione energetica, dallo sfruttamento dei combustibili fossili verso l’elettrificazione, ha a che fare pure con la qualità dell’aria nelle nostre città, e con la costruzione di un sistema della mobilità degno del Ventunesimo secolo.
Una sfida e un’opportunità di mercato che non è solo tecnologica e scientifica, ma in gran parte infrastrutturale: passare dall’arcaico “olio di roccia” verso sistemi elettrificati significa popolare strade e città di sistemi di ricarica, e organizzare una rete efficiente di distribuzione dell’energia. Per arrivare, in termini di sostenibilità, al traguardo della generazione dell’energia tramite sole fonti rinnovabili. Se i dati più recenti di cui disponiamo parlano di un 40% scarso di energia elettrica generata in modo green in Italia, o appena poco più del 20% se si considerano i consumi energetici nazionali complessivi, pare ovvio che la strada da fare possa e debba essere ancora molta.
In parallelo, se guardiamo alla mobilità con una prospettiva più ampia, si aprono scenari di vera disruption, in confronto ai quali l’effetto sui trasporti indotto dalla pandemia pare solo l’antipasto. Altro che videochiamate e lavoro smart: quello che potrebbe cambiare è il senso stesso del viaggiare, persino da un punto di vista concettuale e filosofico. Non è affatto detto, se volessimo fantasticare un po’, che in futuro debba necessariamente essere sempre movimentato il nostro corpo fisico, perché scenari come quello della realtà virtuale o di qualche forma di metaverso potranno permetterci, in un certo senso e in certe occasioni, di arrivare ovunque in un istante, o di essere in più luoghi nello stesso momento. E se la frontiera del viaggio è renderlo un’esperienza, perché non pensare che l’esperienza di viaggio possa esistere anche senza il viaggio come oggi lo intendiamo?
Restando con i piedi a terra, invece, la sfida di movimentare oggetti fisici e persone è parte da sempre della storia umana e mai potrà venire meno: siamo passati dagli animali ai tronchi, da carri e carrozze a treni, automobili, autocarri, aerei e razzi. E la sfida oggi non è tanto di inventare mezzi nuovi, quanto rendere ciò che abbiamo più confortevole, tecnologico, efficiente e sostenibile. La strada da percorrere è tanta.

 

Gianluca DottiEditoriale a cura di Gianluca Dotti, giornalista scientifico freelance. Collaboratore di Wired, Radio24, Forbes, Business Insider, Youris.

 

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Fonte: Credit Suisse

 

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