La miglior sicurezza? La cultura di sempre, con gli strumenti del futuro

Il bisogno di essere e di sentirsi al sicuro è da sempre insito nell’umanità, fin da quando donne e uomini si proteggevano nelle caverne. Anzi, esisteva già da prima che l’Homo sapiens facesse la sua comparsa sulla Terra, come dimostra il fatto che pure molte specie animali – del presente e del passato – annoverano la sicurezza tra le proprie necessità fisiologiche. Nulla di nuovo, dunque, nel concetto di sicurezza in sé. Stanno invece cambiando, e sempre più velocemente, i modi in cui questo bisogno si manifesta nella nostra quotidianità, per ragioni che spaziano dalla globalizzazione alla pervasività del digitale, dall’aumento della popolazione mondiale alla sempre crescente complessità delle filiere, senza dimenticare i modi in cui ci spostiamo e gestiamo il nostro denaro.

Può fare da esempio la caverna del Ventunesimo secolo. Se fino a qualche decennio fa proteggere l’abitazione significava scongiurare perdite, installare inferriate robuste, blindare le porte e magari aggiungere un sistema antintrusione, oggi tutto questo continua a servire, ma non basta più. Deve essere protetta la rete WiFi domestica, che un malintenzionato potrebbe sfruttare per scopi criminali. Lo stesso vale per il database che, al catasto, contiene le informazioni su chi sia il proprietario. E ci si deve occupare pure della privacy degli inquilini, non solo per gli sguardi indiscreti dei vicini ma anche per tutti i possibili occhi digitali che si potrebbero intrufolare. Insomma, l’elenco è lungo.

Oggi se ne sente parlare ancora poco, ma l’attacco informatico del futuro potrebbe assumere forme molto particolari. Prendere il controllo del sistema domotico della caldaia, che regola il termostato, potrebbe costringere a una sauna in piena estate, o farci congelare durante una notte di gennaio. Lo stesso hacker potrebbe impossessarsi dell’allarme di casa, disattivarlo a suo piacimento o invalidare le chiavi magnetiche d’accesso. E fuori dalla caverna, in auto, che accadrebbe se qualche mascalzone hackerasse il computer di bordo di un mezzo a guida autonoma e gestito da un’intelligenza artificiale? D’improvviso, un tema di sicurezza in senso digitale si trasformerebbe in una questione di sopravvivenza.

Una sfida, quella che ci troviamo davanti, che non può essere inquadrata dalla prospettiva del singolo individuo, ma che senza dubbio ci riguarda come società nel suo complesso. Che sia prevenzione dal terrorismo, analisi dei flussi di persone, sorveglianza delle infrastrutture strategiche, tracciatura e sorveglianza delle filiere alimentari e farmacologiche o controllo delle pandemie, si tratta di filoni d’azione in cui necessariamente il settore pubblico si interseca con il privato, e in cui i confini geografici tendono a diventare irrilevanti. In un senso un po’ più astratto, in gioco c’è anche la sicurezza e la tenuta delle democrazie, dato che una manipolazione informatica non rilevata – o un uso non etico e non legale dei dati di profilazione – potrebbe orientare il voto a suon di fake news.

Tutto questo si potrebbe definire un polimorfismo della sicurezza, perché se il bisogno umano è riconducibile a un’unica radice lessicale e di significato, le sue manifestazioni e accezioni sono pressoché infinite. E aumenteranno ancora.

Se l’avvento del digitale ha generato nuove opportunità per sviluppare servizi e strumenti di sicurezza – dalla videosorveglianza collegata allo smartphone fino al controllo automatizzato del traffico aereo – al contempo ha anche moltiplicato i pezzetti della nostra quotidianità che devono essere protetti. Desideriamo viaggiare su mezzi sempre più veloci, allora abbiamo bisogno di abitacoli che diano più garanzie, hardware e software. Ambiamo a trasformare le nostre città in smart city, e allora dobbiamo seminare ovunque sensori e dispositivi connessi, come previsto dal modello della Internet of things. Vogliamo medicine sempre più efficaci e impianti che non si rompono, perciò controlli, verifiche e certificazioni diventeranno più stringenti e frequenti. I venditori desiderano avere informazioni di profilazione sempre più accurate sui potenziali clienti, e perciò i big data generati dal web vengono raccolti e analizzati. Ci piacciono la telemedicina e i referti digitalizzati, quindi dobbiamo far transitare online tutto ciò che riguarda la nostra salute.

Non possiamo rinunciare al progresso, e per questo è evidente che non possiamo rinunciare nemmeno alla sicurezza. Non lo abbiamo mai fatto negli ultimi 200mila anni e non lo faremo certo ora, in un momento storico cui è diventata un tema più pervasivo che mai. Da un lato dovremo quindi impegnarci a sviluppare, ricercare e investire sulla sicurezza in tutte le sue nuove forme, mettendo in moto il nostro sistema industriale e il nostro sapere informatico e scientifico. E dall’altro dovremo continuare a farne uno dei pilastri della nostra cultura, da spiegare già a scuola ai bambini, non solo come concetto generale ma come modo di gestire la quotidianità a cavallo tra mondo fisico e digitale. Perché, quando i bambini di oggi saranno adulti, la sicurezza sarà per loro ancora più complessa e multiforme di quanto sia ora. Basta pensare che pagheranno con uno sguardo, viaggeranno a velocità supersonica e avranno farmaci basati sull’editing genetico.

 

Editoriale a cura di Gianluca Dotti, giornalista scientifico freelance. Collaboratore di Wired, Radio24, Forbes, Business Insider, Youris.


Leggi anche: